E’ da oggi disponibile “Resistere fino alla vita” raccolta di neurodeliriche di malos mannaja, detto il nano.

Reazioni del mondo letterario

A. Zanzotto : “La poesia rappresenta l’apogeo della speranza, l’elevarsi dell’uomo verso il mondo superiore. Mannaja non ci arriva: parte troppo basso. La poesia sta a Malos Mannaja come il ginocchio sta alla lavandaia.”
E. Sanguineti : “Riconosco la poesia ad occhi chiusi. D’altro canto, ascoltando i versi, anche al buio si può distinguere tra loro gli animali. E il signor Mannaja non è un poeta è un cane: la poesia sta a Malos Mannaia come la luce quando abbaia.”
C. Calabrò : “Essendo io il poeta italiano vivente più tradotto nel mondo, posso affermare con cognizione di causa che il Mannaja dovrebbe essere subito tradotto in carcere per crimini contro l’umanità. La poesia sta a Malos Mannaja come una condanna al tribunale dell’Aia.”
A. Nove :“Annoverare Mannaja tra i poeti italiani minori offende non solo i poeti, ma pure tutti gli italiani nonché l’ordine dei frati minori d’Assisi e i minorati. La poesia sta a Malos Mannaja come Belen a una massaia.”
G. D’Annunzio : “Il compiacimento è il nudo pascolo dello spirito volitivo, ma qui non è Settembre, né tempo di migrar. Andiamo… e questa sarebbe poesia? Eh, fatemi il Piacere. La poesia sta a Malos Mannaja come una sinfonia a un fischio alla pecoraia”.
A. De Curtis : “Glielo dissi confidenzialmente, l’anno scorso: Mannaja, lei è un cretino, s’informi. E siccome ogni limite ha una pazienza e d’arte qui non si capisce una baracca, aggiungo che la poesia sta a Malos Mannaja come la reggia di Caserta a una topaia.”

Vabbè, ok, non discuto. Comunque… volendo, si può guardare solo le immagini: alcune fotomanipolazioni sono carine. Se non hai niente di meglio da sfogliare, passa in biblioteca. Biblioteca

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3 Responses to E’ disponibile Resistere fino alla vita

  1. Lapo Orage scrive:

    Arrivato a pag, 42 dell’opera più non resisto! Così sborro il commento senza congiungere alla conclusione, come se si venisse per eccesso di passione prima dell’orgasmo previsto per la fine (Oddio, mi ha contagiato ed anch’io impropriamente versifico!).
    Dunque – a farla breve, appunto – il malos del 2012 ha influenzato quasi tutti i poeti precedenti: i versi altrui celan assai bene la discendenza da lui, tanto tutti ormai sanno benissimo che il vecchio giostraio gira all’incontrario. Così l’ha letto ed impalato il Montale delle formiche in fila, dei carrelli aguzzi dell’Ipercoop, fino a plagiare il malosiano “non chiedermi d’ogni parola il dato certo”. Ma prima ancora – Venezia 1700 – lo ha letto Giorgio Baffo, trovando nuova ispirazione nelle neurodeliriche e trasformando la propria vecchia porcografia in metafi(si)ca a(no) malia. Malìa è il genere femminile di malos… Com’è difficile scegliere tra l’orifizio fertile e lo stretto buco dei rifiuti! Ma a proposito di buchi: tutte le neurodeliriche veleggiano fra il vuoto ed il pieno; come le fate il suo scrivere è “impastare il buco”. Il foglio diventa l’universo a cosce o labbra spalancate, “è quando eiacula nel nulla il cosmo”. Il vuoto e il pieno della paginetta viene raddoppiato dall’accostamento del lavoretto photoshop, che a volte ha esiti sublimi, come in “Rivelazioni” (pag. 32) che mi ha fatto venire a lacrime. Tornando a capo, è stato letto il malos dal gruppo 63, dal Sanguineti e dal Balestrini ed dal Pagliarani de “La ragazza Carla” che riecheggia nei suoi versi impiegatizi la sega in blu dell’operaia di mannaja. Pure lo Zanzotto del “Galateo in bosco” ha un debito con lui, in quel girovagare tra vestigia di natura ed adorabili rifiuti urbani. Il Verbo del nostro tormentato tempo non è appunto rott-amare? Tra spruzzi di saliva per troppa rabbia e sapide leccate di culo, tra la-bile e baciapile. E poi c’è il water D’Annunzio che prende il panico mannajare di “inumare di quiete” e lo dilata sino a trasformarlo ne “La pioggia nel pineto”. Potrei andare avanti con i prosatori… mi limito al padano Zavattini che in un racconto gli trafuga l’idea delle parole che rimangono tra i denti (” Banchetto e sbianchetto”). Le neurodeliriche di malos non sono giochi di parole, ma parole in gioco. Capite la differenza? Il rischio, il dinamismo, la continua sfida alla vita? Datemi soddisfazione! Le sue sono stanche di poesia, lebbra di sbadili, sfide trabaccanti. C’è la va(la)nga e c’è l’ago. E c’è il fiume lì vicino che trascina per 650 km e passa il bello ed il brutto.
    Incontrerò ancora il malos di vivere e godrò come un drammaiale!

  2. Marco De Luca scrive:

    La poesia mediocre è endemica in Italia: se ne reperiscono pregevoli esempi un po’ ovunque, non ultime le etichette di vino. Non bastasse, il mio commercialista l’anno scorso mi ha fatto dono d’un suo libretto di poesie. Se sono di buon umore, espirando sommessi gemiti di strazio, riesco a leggerne persino cinque o sei in rapida sequenza. Qui ho dovuto pure digrignare i denti. Il vulnus è che l’autore passa la misura, credendosi avanguardia letteraria e s’accanisce in doppiezze, artefatti e giochi di parole che per senso artistico e sghemba familiarità goliardica – “non godo più alcun suono” – paiono soprattutto boutade da Bar del Porto in salsa chic. Non ha alcun esito, nell’addolcire il mio giudizio, lo sterile cleuasmo recitato in sede di presentazione dall’autore, che nello sminuirsi tenta d’attrarre simpatie per indulgenza o compassione. Né parimenti il mio giudizio può essere suggestionato dalle conventicole di amici che si sbrodolano addosso lodi sproloquiando accostamenti tra l’arte dei Poeti e questo freak show della poesia. A meno che non si voglia davvero rottamare, oltre al nostro tormentato tempo, anche la mia cattedra di Lettere: in tal caso un ramazzatore di detriti linguistici raffazzonati a destra e a manca come l’autore in oggetto (Mannaja è un nome d’arte???), diviene assai prezioso. Scusate la franchezza, ma ho dovuto esplicitare il mio pensiero poiché il commento precedente mi ha irritato. Mi rammarico soltanto d’aver perso tempo, dato che, presumibilmente, l’amministratore del sito censurerà le mie parole.

  3. Lapo Orage scrive:

    Esimio Cattedratico in Lettere Marco De Luca,
    conosce lei per caso la parola ‘ironia’ e per caso la sa declinare alla prima persona singolare? Capisce di quanta ‘autoironia’ siano dotate – fin dal titolo – le neurodeliriche? Capisce che il mio commento è stato una specie di gioco a rimpiattino con l’autore? Capisce come sia bello giocare, divertirsi, prendersi in giro senza per questo rinunciare ad un’analisi profonda dello stato delle cose? La Sua Cattedra in Lettere? Ecchisenefrega! Visto che ha una Cattedra in Lettere lei saprà che dal 1909 Marinetti e i suoi amici futuristi i cattedratici di ogni specie li prendevano a uova in faccia. E sa anche ovviamente che anche a Montale non erano poi tanto simpatici ” i poeti laureati”. Suvvia, non si prenda e non ci prenda troppo sul serio, e si faccia una bella risata, perché è appunto il ridere la cosa più seria del mondo! Viva la gioia e la libertà ( anche dello scrivere)!
    Lapo Orage

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