E’ da oggi disponibile “La comunità dei sogni”, romanzo di Daniele Vazquez


Dico subito che mi è venuto in mente Robert Sheckley: per chi capisca qualcosa di letteratura fantascientifica, dovrebbe bastare. Come nei romanzi di Sheckley, leggendo “La comunità dei sogni” ci si trova decisamente spaesati nell’arco delle prime cinquanta pagine, costretti a rimodulare punti di riferimento, riflessi condizionati e sistemi di assi cartesiani in cui iscrivere la realtà: il romanzo accade vertiginoso e il cervello del lettore, neonato in un universo diverso, deve imparare a camminarci dentro. Come nei romanzi di Sheckley, poi, la fantascienza diventa soprattutto “espediente per indagare il futuro della società umana”, così che manie e fobie contemporanee sono vivisezionate in maniera disincantata per prevederne evoluzioni e involuzioni di un mondo distopico a venire.
Insomma, se alla biblioteca di Copylefteratura mancava ancora un grande romanzo di fantascienza, ora la lacuna è colma. Ne “La comunità dei sogni” c’è tutto quanto serve per scrostare via il calcare dai neuroni sclerotizzati dei lettori pasciuti a Carifigli e disFaletti: eteroreti, pubblicità oniriche, sette degli animali, liziane, culti teo-matematici, zone pubbliche e private del cervello, connessioni forzate, oroscopi, crisi globali, comunicazioni averbali, tossicodipendenze tecnologiche, identità, terroristi del sogno, mercati del bi-sogno nonché Wu Minghi.
Cielo plumbeo, dunque, a incombere sull’incertezza di fondo che accompagna la presa di coscienza che la verità è un lusso che forse non possiamo permetterci: troppo onerosa, troppo amara da accettare… che non sia meglio continuare a vivere serenamente nell’ignoranza? Già… sapere o non sapere? La massa, fin da ora, ha già scelto e barattato l’arte del libero pensiero con l’iPad wi-fi multitouchscreen e display retina, scambiando il know-how tecnologico con l’analfabetismo funzionale (tanto per chiarezza, ricordo che in Italia, la percentuale di analfabeti funzionali supera il 40% della popolazione). Dunque mi pare giusto che proprio nell’involontario iso-lamento di un ragazzo autistico e dall’implosione del concetto di limite possa germogliare il seme di una nuova entropia. Se poi il risultato finale sia, tanto per citare Orwell, effettivamente diverso o più uguale degli altri (eter o rete?), ovvero se si possa in ultima analisi prescindere dalla natura umana, ai posteri l’ardua sentenza. Per ora, speriamo soprattutto di riuscire a conservare la capacità di stupirci, di domandarci “sogno o son desto” non solo tra le corsie del Media World, ma anche tra le pagine di un libro. E quando il libro è “La comunità dei sogni”, state pur certi che tale auspicio diventerà certezza, come pure è certo che tra artistico e autistico passa lo scarto di una sola lettera.


Se ti piace l’idea di leggerlo, puoi trovarlo in Biblioteca

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