E’ disponibile “Esilio di voce”, raccolta di poesie di Francesco Marotta


E per pasqua, dentro l’uovo ecco la seconda gradita sorpresa di Copylefteratura: Francesco Marotta ci fa dono della sua ultima (si spera non in tutti i sensi) esplorazione nel multiverso immaginario e linguistico in cui si danza a braccetto con la teoria delle stringhe. E proprio dallo slacciarsi dei segni e delle scarpe (“diem” fuori dal tempo), nasce un inciampo poetico potente. La cosa davvero sorprendente, però, è soprattutto che nonostante s’intuisca l’eco d’una “caduta in principio di volo”, la realtà cristallizza generando un sospeso di fiato, una sorta di magico stallo del linguaggio (il “vortice immobile” di cui parla Marco Ercolani nell’ottima e millimetrica prefazione al libro). Si resta tesi in attesa dello schianto, che non giunge, per poi “sorprendersi nel novero delle ombre”, in piena “stasi motoria”. Si resta a bocca aperta, risacca di pensieri impegnati in poco più d’un discorrere (del tempo oltre la siepe). Curioso no? Il paradosso che il tempo possa *soffermarsi a discorrere* senza parole e che la realtà non sia altro che “visitazioni di suoni nel tempo, immaginando cosa nascondono”. Come a dire, se intuiamo “ciò che ci precede senza parole” e abbiamo l’impressione di renderlo tangibile facendo dei versi (“il respiro malato degli alberi, il fermo immagine”), allora in realtà forse siamo “ciò che si mostra senza lasciare traccia”. Insomma, se è vero che non esistono punti di equilibrio assoluti nello spazio esatto, d’altro canto proprio nel canto monocorde e ipnotico di queste liriche la parola dà la sensazione di entrare in trance, di levitare, quasi, come se stessimo assistendo a un gioco di prestigio del mago Silvan in cui al posto del corpo della piacente signorina si libri a mezz’aria proprio la parola “corpo” (o, anche, il corpus, inteso come raccolta sistematica di enunciati su cui si fonda la descrizione di una lingua). Ed ecco che, prendendo esempio dalla teoria delle stringhe, dove la meccanica quantistica e la relatività generale si uniscono per formulare la teoria del tutto, nelle poesie di “Esilio di voce” si armonizzano meditazione e musicalità per suggerire la sensazione sommessa di celebrare (e forse celebrale) il funerale del senso attraverso i sensi. Ne deriva un congegno monolitico (oltre che “monodico, monocromatico e monotematico”) che per più d’un aspetto m’ha fatto allucinare il famoso monolite nero all’inizio di “2001: Odissea nello spazio”. Mi sono così sorpreso a pensare che se per i fisici la materia, l’energia, lo spazio ed il tempo sono manifestazioni di un’entità fisica elementare chiamata *stringa*, il linguaggio verbale perseguito da Francesco Marotta è regolato da un’entità comunicativa elementare che potremmo chiamare *costringa*. Da un lato si nota come l’autore costringa la sua poesia a farsi individualità vivente o comunque materia lirica in sé ancor prima di significare qualcosa (“antropomorfabulazione?”). Dall’altro l’autore esige che la comunicazione si specchi nell’antimateria lirica (la non-costringa) e che sia pertanto libera dai vincoli conformativi, stereotipie e retoriche mass-mediologiche, oggi più che mai abusate nelle strategie di mercato chiamate a generare consenso orizzontale. In questo senso il tentativo di smontare non solo la semiosi categoriale, ma anche la deissi, l’ostensione e l’inferenza (detto e non detto), mi pare sviluppare la “chimica dei passi” che da Mallarmé salta sulle spalle di Sanguineti e infine ricade sull’azione stessa del comunicare, quindi su un testo che riecheggia e rimbomba per implodere dentro e fuori dalle pieghe della pagina.
Non rimane che “restituire l’immagine al vuoto che precede la pronuncia” dove “suono e colore” si mordono a sangue la lingua per continuare a parlare del dolore e dell’assenza, abitando il “vulnus” di flesso tra funzione e finzione.


Se ti piace l’idea di leggerlo, puoi trovarlo in Biblioteca

One Response to E’ disponibile “Esilio di voce” di Francesco Marotta

  1. fm scrive:

    Grazie, Malos, per il tempo dedicato alla lettura dell’opera e per questa interessantissima nota che (mi) offre non pochi elementi di riflessione. La utilizzerò sicuramente alla prima occasione utile.

    Trovo l’incipit del tuo discorso (“E proprio dallo slacciarsi dei segni e delle scarpe (“diem” fuori dal tempo), nasce un inciampo poetico potente.”) un’intuizione critica di grande efficacia, una vera risonanza analitica.

    Ciao, un caro saluto.

    fm

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